In nome dei diritti umani

Per tagliare i costi, nel 2001, l’autorità cinese sfruttò una joint venture con la Fiat per produrre dei furgoni Iveco Daily da trasformare in cosiddette camere mobili di esecuzione: camioncini usi a raggiungere direttamente il luogo delle esecuzioni affinché il malcapitato venisse legato a un lettino di metallo e poi siringato letalmente, il tutto controllato da un monitor posto accanto al posto di guida, prima di ripartire.

Amnesty international, nel dicembre del 2003, decise di scrivere alla Fiat per dissuaderla dalla funerea produzione, ma gli risposero che non erano in grado di verificare l’uso che venisse fatto dei propri veicoli da parte dell’acquirente. Il problema andò risolto quando l’Iveco si accorse che dalle sue casse mancavano 12 milioni di euro (122 milioni di yuan) che la spinsero a denunciare il partner cinese, sicché ogni collaborazione s’interruppe. In nome dei diritti umani, certo.

Filippo Facci.

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